Una missione per guardare da vicino il cambiamento che stiamo costruendo insieme
Ci sono viaggi che iniziano con una tabella di marcia precisa. E poi ci sono viaggi che, a un certo punto, smettono di essere solo un programma.
Succede quando una voce, uno sguardo, una frase detta quasi sottovoce trasformano un progetto in qualcosa di molto più concreto. Succede quando quello che per mesi hai letto in un report, seguito in una riunione o raccontato in una newsletter, improvvisamente è lì davanti a te, vivo e reale. Con un nome, una storia, una famiglia, un futuro possibile.
È quello che mi è successo in Ruanda.
Sono Alberto Fascetto e sono rientrato da poche settimane dalla missione di monitoraggio dei progetti che Fondazione Marcegaglia porta avanti nel Distretto di Bugesera, a circa un’ora e mezza di macchina dalla capitale Kigali. Con me c’erano Chiara Alluisini e Sara Pripitu.
Insieme abbiamo incontrato lo staff locale, capitanato da Desiré Rwagaju, i partner, gli studenti sostenuti dalla Fondazione, i giovani formati nel nostro centro professionale, le donne coinvolte nei percorsi di microcredito, le famiglie accompagnate nei progetti contro malnutrizione e dispersione scolastica, i tantissimi bambini che frequentano il centro per l’infanzia ECD Kimaranzara.
Siamo partiti per monitorare dei progetti. Siamo tornati con volti, parole e nuove responsabilità.
Il primo impatto: la forza silenziosa dello staff locale
Una missione come questa non inizia davvero quando atterri. Inizia quando incontri le persone che, ogni giorno, rendono possibile il lavoro sul campo.
Lo staff locale della Fondazione è il cuore operativo dei nostri progetti in Ruanda. Desiré, Dieudonné, Alice, Isaie, Viateur, Delphine, Justin. Sono loro a conoscere le comunità, le famiglie, i bisogni, le difficoltà, i progressi e anche le fatiche. Sono loro a trasformare gli obiettivi in attività quotidiane. E sono ancora loro, spesso, a cogliere prima di tutti quando qualcosa va rafforzato, cambiato, accompagnato meglio.
Gli incontri e le chiacchierate con lo staff sono stati momenti importanti della missione. Non solo per raccogliere aggiornamenti, ma per ascoltare. Per capire e leggere i progetti non dall’alto, ma da dentro.


Abbiamo parlato di educazione, formazione, microcredito, nutrizione, giovani, donne, famiglie vulnerabili. Ma soprattutto abbiamo parlato di comunità.
Perché sul campo capisci una cosa semplice: un progetto funziona davvero quando non arriva e se ne va. Funziona quando resta. Quando costruisce fiducia, quando conosce le persone per nome, quando sa correggere la rotta senza perdere la direzione.
“Il vostro ritorno in Ruanda è sempre molto importante perché dimostra alle comunità che questi progetti non sono interventi isolati, ma un cammino condiviso. Le persone si sentono viste, ascoltate e accompagnate” afferma Dieudonné, Responsabile Area Monitoraggio, Valutazione e Apprendimento.
Bambini che crescono, comunità che partecipano
Una delle prime tappe è stata a Rilima, dove abbiamo visitato l’Early Childhood Development Center (ECD), costruito dalla Fondazione nel 2020, durante una giornata speciale: la graduation dei bambini.

È stato uno di quei momenti in cui la parola “progetto” sembra quasi troppo fredda. C’erano i bambini, i genitori, il comitato di gestione, lo staff. C’era l’emozione semplice e potente di una comunità che si ritrova intorno alla crescita dei più piccoli.
Abbiamo anche incontrato alcuni rappresentanti del Parents’ Committee, il comitato composto dai genitori che partecipa alla vita del centro. Ed è stato importante vedere quanto il coinvolgimento delle famiglie non sia un dettaglio, ma una parte essenziale del lavoro. C’è un legame molto forte tra i genitori e la scuola. Si rendono conto dell’impatto dell’ECD nella vita dei bambini sia nell’educazione, ma anche su alimentazione e sulla cura, e quindi sul loro futuro.


Educare un bambino, soprattutto nei primi anni di vita, non significa solo offrire un servizio. Significa creare intorno a lui un ambiente più sicuro, più attento, più capace di accompagnarne la crescita.
“Chi esce dal nostro ECD ha una marcia in più. I bambini sono formati e pronti ad affrontare la scuola primaria senza problemi […] Oggi l’ECD è un punto centrale per tutta Rilima, sia per la scuola, sia per le attività pomeridiane o tutto ciò che avviene nel tempo libero come gli appuntamenti sportivi o ludici”, dice Alphonse Harerimana, presidente del Comitato dei genitori.
Quello che mi ha colpito è stato proprio questo: la sensazione che l’ECD non fosse solo un luogo “solo” per i bambini, ma un piccolo punto di riferimento per l’intera comunità. Un posto in cui avvengono cose importanti, un luogo nato per essere scuola, ma che oggi è “casa” per la comunità.
Gli scholars: il futuro seduto allo stesso tavolo
Il giorno successivo abbiamo incontrato gli studenti e le studentesse beneficiari del progetto Scholarships.
È stato uno degli incontri più belli e, per me, anche uno dei più emozionanti. Perché quando parli con ragazze e ragazzi che stanno portando avanti un percorso di studio grazie a una borsa, capisci subito che il sostegno economico è solo una parte della storia.
Dietro una borsa di studio c’è molto di più: c’è la possibilità di non interrompere un percorso. C’è una famiglia che può continuare a sperare. C’è un giovane che si sente visto, scelto, accompagnato. C’è l’idea che il talento, anche quando nasce in un contesto fragile, debba avere lo spazio per crescere.


Durante l’incontro abbiamo raccolto testimonianze, ascoltato aspettative, sogni, difficoltà. Alcuni ci hanno parlato del loro percorso universitario, altri delle speranze per il proprio futuro, altri ancora del desiderio di restituire un giorno alla propria comunità ciò che hanno ricevuto.
“Avete cambiato la mia storia per sempre, il vostro contributo è stato prezioso. Sono una ragazza ambiziosa, ma solo grazie alla vostra fiducia sono riuscita a far diventare realtà il mio sogno” ci ha detto Rachel, che ha appena terminato gli studi di infermieristica al RULI Higher Institute of Health. “Il cambiamento prodotto nelle nostre vite non si ferma solo a noi ma arriva alle nostre famiglie e alle nostre comunità. Non ci dimentichiamo della vostra generosità. Anzi, da oggi ci sentiamo doppiamente responsabili” continua Josine, studentessa del corso di studi “Entrepreneurial Leadership” alla African Leadership University (ALU). “La borsa di studio è arrivata nel momento più buio della mia vita. Oggi, grazie alla borsa, ho un lavoro. Se non fosse arrivata non avrei avuto modo di aiutare la mia famiglia” conclude Irenée, laureato in “Software Engineering”, sempre alla ALU.
In quel momento ho pensato che forse la parola “opportunità” la usiamo troppo spesso. Ma lì era esattamente la parola giusta. Un’opportunità non cancella tutte le difficoltà. Però apre una strada e, a volte, per cambiare una vita, serve proprio questo: una strada che prima non c’era, una fiducia che fa scattare verso il futuro.
MVTC: imparare un mestiere, immaginare un futuro
Tra le tappe centrali della missione c’è stato il Marcegaglia Vocational Training Centre (MVTC), il nostro centro di formazione professionale. Un centro che ogni sei mesi forma in media 150 studenti in sartoria, saldatura, edilizia, multimedia, hairdressing e meccanica. Ragazze e ragazzi pronti a lavorare e a sostenere il loro futuro.

Abbiamo incontrato partner istituzionali, visitato attività formative, parlato con gli istruttori, visto giovani impegnati nei percorsi di formazione e, soprattutto, partecipato a un momento molto significativo: la graduation con la distribuzione dei toolkit. E’ stato come un passaggio di testimone. Un momento in cui la formazione ricevuta prova a diventare lavoro, autonomia, reddito, progetto personale, sostegno per la famiglia.
Vedere i volti emozionati delle ragazze e ragazzi appena diplomati, vedere quelli orgogliosi dei propri genitori, è stata una dei momenti più intensi della missione.
È stata anche l’occasione per festeggiare i nostri dieci anni di attività tecnico/formative a favore dei giovani. “Dieci anni di collaborazione sono stati preziosi per lo sviluppo del nostro distretto, hanno cambiato la vita di centinaia di famiglie, bambini e giovani. Le competenze tecniche rappresentano valore e futuro. Il Ruanda ha bisogno di persone con competenze, disciplina, dedizione, spirito innovativo e capacità di adattamento. La formazione professionale e tecnica è uno dei pilastri dello sviluppo sostenibile” ha affermato Richard Mutabazi, Sindaco del distretto di Bugesera.

“Non esiste investimento migliore che possiamo fare se non quello nell’educazione dei giovani. Il governo è grato per il supporto che state dando alla nostra comunità. Formare un giovane, dargli una prospettiva ed un lavoro, oggi è una delle cose più preziose per avere una società coesa e sviluppata”, ha aggiunto Geoffrey Rutagambwa, Advisor del direttore generale del Rwanda TVET Board.


Tutte le ragazze e i ragazzi che abbiamo incrociato alla fine della cerimonia, in modo diverso, raccontavano la stessa cosa: quanto sia importante acquisire competenze pratiche, spendibili, riconosciute dal mercato locale. Formazione, infatti, non è mai solo apprendimento: è fiducia, dignità, possibilità.
“Ho seguito un corso di formazione di cinque mesi in multimedia, più un mese di tirocinio. Adesso lavoro in uno studio fotografico. Questi corsi brevi sono ottimi, ci preparano rapidamente e ci permettono di diventare produttivi, aiutandoci a vicenda e a sostenere le nostre famiglie”, racconta Fillette, studentessa MVTC.
Sul campo l’impatto non è mai solo un numero. È una giovane che prende in mano il proprio futuro. È un’opportunità per una famiglia.
Fondo Robi: autonomia che prende forma
Durante la missione abbiamo visitato anche alcune attività sostenute dal Fondo Robi, in particolare esperienze legate al microcredito, ai gruppi VSLA (gruppi di risparmio e credito) e a piccole iniziative imprenditoriali femminili. Sono stati incontri molto concreti, forse proprio per questo molto potenti.
Abbiamo visto attività già avviate, ascoltato donne che stanno costruendo piccole forme di reddito, incontrato gruppi che si organizzano, risparmiano, investono, si sostengono a vicenda. Abbiamo visitato anche una sartoria e alcune beneficiarie coinvolte nei percorsi di microcredito.
Qui il concetto di autonomia diventa qualcosa di tangibile. Non è uno slogan. È una donna che riesce ad acquistare materiale per la propria attività. È un gruppo che decide insieme come utilizzare le risorse. È una piccola impresa che nasce. È una competenza che diventa reddito.
“Sono madre di due figli, ho 32 anni ed oggi posso dire che sono felice. Siamo tre socie, tutte siamo state studentesse dell’MVTC e, grazie al supporto del Fondo ROBI, abbiamo acquistato tre macchine da cucire che ci hanno permesso di aumentare le nostre entrate economiche. Oggi il nostro carico di lavoro è migliorato” ha raccontato Marie, beneficiaria dell’iniziativa “capital boost” reso possibile dal Fondo Robi per microimprese femminili già avviate.

“Produciamo saponi e detersivi per la casa e la cura personale. Siamo in 3 giovani donne e l’azienda è appena partita. Con il primo prestito ricevuto abbiamo acquistato degli utensili che ci hanno permesso di aumentare la produzione perché c’è tanta richiesta. Abbiamo degli ordini da hotel e magazzini di Kigali” afferma Miriam, socia di un gruppo VLSA.

Sono storie piccole solo in apparenza. In realtà, dentro c’è una forza enorme: quella di chi non chiede semplicemente aiuto, ma strumenti per camminare con le proprie gambe.
La scuola, il pasto, la possibilità di restare
Una parte importante della missione è stata dedicata anche al progetto di schoolfeeding e al contrasto alla dispersione scolastica. In quei giorni non è stato possibile visitare direttamente le scuole, perché erano chiuse per lo svolgimento degli esami nazionali. Ma abbiamo incontrato alcune famiglie beneficiarie e fatto visite direttamente nelle loro case. E forse proprio le visite a domicilio hanno reso ancora più chiaro il senso del progetto.


Per molte famiglie vulnerabili, mandare i figli a scuola non è una scelta scontata. A volte il problema è il costo del pasto scolastico, a volte il materiale didattico, a volte la difficoltà di garantire continuità in mezzo a bisogni quotidiani molto urgenti.
“Senza il vostro supporto mio figlio Albert non sarebbe potuto andare a scuola. Ho 5 figli da sfamare ed era impossibile. Adesso invece mi riempie il cuore vedere che si impegna, studia e vuole fare l’ingegnere. Questa cosa è una grande speranza per tutti noi” afferma Beata, madre di Albert, beneficiario del progetto.
Da lontano, un pasto a scuola può sembrare una misura semplice. Da vicino, capisci che è molto di più. È frequenza scolastica, protezione, nutrizione. È una famiglia che riesce a tenere aperta la possibilità dell’educazione.
“Prima del progetto non avevo modo di frequentare perché non avevo materiale scolastico o cibo per la mensa. Ora posso seguire, andare a scuola e mangiare, ed anche la mia famiglia è felice” racconta Eugenie, beneficiaria del progetto.
Mi ha colpito pensare che, da queste parti, il diritto allo studio passa da cose molto concrete: un pranzo, un quaderno, una divisa, la certezza di poter tornare in classe anche il giorno dopo.
Malnutrizione: quando la cura passa dalla comunità
A Musenyi abbiamo visitato anche il progetto legato al contrasto alla malnutrizione, presso l’Health Center, incontrando alcune famiglie coinvolte. Qui, nell’ultimo anno, abbiamo seguito 17 casi di bambini e bambine che, dopo aver superato la fase acuta della malnutrizione, hanno avuto bisogno di un accompagnamento mirato per ridurre il rischio di ricadute.

È stata una tappa delicata, forse una delle più forti dal punto di vista umano.
Parlare di malnutrizione significa parlare di fragilità profonde. Significa entrare in storie familiari complesse, dove salute, povertà, alimentazione, scelte religiose, rapporto tra marito e moglie, cura dei bambini e accesso ai servizi si intrecciano continuamente.
Ma anche qui, quello che abbiamo visto non è stato solo il bisogno. Abbiamo visto la risposta. Abbiamo visto il lavoro dello staff, il rapporto con il centro sanitario, l’accompagnamento alle famiglie.
“I miei due bambini sono seguiti da un anno circa, avevano segni evidenti di malnutrizione. Ora stanno bene, iniziano ad interagire e giocare. Eravamo disperati. Grazie al progetto riceviamo regolarmente porridge e saponi per l’igiene di tutta la famiglia” racconta Odette, madre di due bambini gemelli beneficiari del progetto malnutrizione.
Ci sono momenti in cui ti rendi conto che la cooperazione non è fatta solo di grandi interventi. A volte è fatta di presenza costante, di monitoraggio, di cura, di piccoli miglioramenti che, messi insieme, cambiano davvero la vita di una famiglia.
Partner, istituzioni, prospettive
La missione è stata anche un’occasione importante per incontrare partner istituzionali e realtà locali.

Abbiamo incontrato il Rwanda TVET Board (RTB), partner del progetto MVTC, con il quale abbiamo avuto un momento di confronto. Questi incontri sono fondamentali, perché il lavoro della Fondazione in Ruanda non vive in modo isolato: si inserisce in un sistema di relazioni con istituzioni, comunità e partner locali.
“Vi ringraziamo per aiutare il nostro governo a raggiungere gli obiettivi che ci siamo prefissati in termini di formazione dei giovani e creazione di opportunità di lavoro. Collaborare con realtà come la vostra, che si sono dimostrate affidabili, concrete e realmente attente ai bisogni del territorio, per noi è un elemento di grande valore”, ha affermato Agaba Nassi Bisengo, Deputy Director General di RTB.
È anche da questi confronti che nascono le prospettive future. Nuovi bisogni, possibili sviluppi, aree da rafforzare, opportunità da valutare.
Perché monitorare non significa solo guardare a ciò che è stato fatto. Significa anche chiedersi: cosa serve adesso? Dove possiamo migliorare? Come possiamo accompagnare meglio le persone che abbiamo incontrato?

Le storie dietro i numeri
Questa missione ci ha permesso di raccogliere dati, aggiornamenti e valutazioni sui diversi progetti.
158 studenti formati dopo aver frequentato l’MVTC tra settembre 2025 e marzo 2026
153 studenti attualmente in fase di formazione (marzo 2026 – settembre 2026)
20 borse di studio erogate nell’ultimo anno accademico
214 beneficiari schoolfeeding che frequentano la scuola
320 beneficiarie del programma microcredito (Fondo Robi e gruppi VSLA)
56 bambini coinvolti nel progetto malnutrizione
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I numeri sono importanti, servono a rendicontare, misurare, migliorare. Servono a dire con chiarezza dove vanno le risorse e quali risultati generano. Ma dopo una missione così, quei numeri non restano più solo numeri.
Dietro ogni giovane formato c’è qualcuno che prova a costruirsi un lavoro.
Dietro ogni borsa di studio c’è una speranza che può continuare.
Dietro ogni pasto scolastico c’è un bambino che può restare in classe.
Dietro ogni microcredito c’è una donna che prova a rafforzare la propria autonomia.
Questa, forse, è la cosa più importante che porto a casa: l’impatto vero si misura con i dati, ma si capisce attraverso le persone e le loro storie.
Quello che mi porto a casa
Non voglio raccontare questa missione come se fosse stata solo una sequenza ordinata di incontri e visite. Perché non lo è stata. È stata anche fatica, spostamenti, appunti presi al volo, nomi e storie da ricordare, fotografie da scattare senza invadere.
È stata emozione, soprattutto.

Torno con una valutazione molto positiva del lavoro che Fondazione Marcegaglia sta portando avanti in Ruanda. I progetti sono vivi e radicati. Rispondono a bisogni reali. Hanno una direzione chiara: educazione, formazione, autonomia, sviluppo delle comunità. E soprattutto sono accompagnati da persone che li conoscono, li seguono, li fanno crescere.
Una missione di monitoraggio serve a verificare. Ma serve anche a ricordarci perché abbiamo scelto di esserci. E perché dobbiamo continuare a esserci.
Continuare, insieme
In Ruanda abbiamo visto che la formazione non è solo apprendimento: è possibilità concreta di autonomia. Ed è per questo che il nostro impegno continua.
Continua con la volontà di rafforzare i percorsi educativi e professionali.
Continua con l’ascolto delle comunità.
Continua con il lavoro dello staff locale.
Continua grazie a chi, anche da lontano, sceglie di essere parte di questo cammino.
A chi sostiene Fondazione Marcegaglia, a chi segue i nostri aggiornamenti, a chi sceglie di camminare con noi, voglio dire grazie.
Perché “cambiare il mondo” può sembrare un’espressione enorme. Ma sul campo capisci che spesso comincia da molto meno: da una classe di bambini, da un mestiere imparato, da una famiglia sostenuta.
Una persona alla volta.
Una comunità alla volta.
Insieme.
Alberto Fascetto,
Responsabile comunicazione, raccolta fondi e partnership
