Lavorare con gli uomini autori di violenza significa affrontare situazioni complesse, nelle quali riconoscere le proprie responsabilità e intraprendere un percorso di cambiamento non è mai scontato. È un lavoro che richiede preparazione, strumenti specifici e un confronto costante tra professionisti, con un obiettivo che deve rimanere sempre centrale: la sicurezza delle donne che hanno subito violenza.
Per chi opera quotidianamente in questo ambito, poter condividere difficoltà, esperienze e metodi di intervento è particolarmente importante. Anche perché i centri lavorano in territori diversi, spesso con équipe di piccole dimensioni, e si trovano ad affrontare problematiche che difficilmente possono essere risolte senza il contributo di altre professionalità.
È proprio per favorire questo confronto che RELIVE – Relazioni Libere dalla Violenza, rete nazionale che riunisce circa 45 organizzazioni impegnate nel lavoro con gli autori di violenza, organizza ogni anno un incontro residenziale dedicato alla formazione degli operatori e delle operatrici.
La decima edizione, sostenuta da Fondazione Marcegaglia, si è svolta a Camaldoli e ha riunito 110 professionisti provenienti da 29 Centri per Uomini Autori di Violenza (CUAV), dal Trentino-Alto Adige alla Sicilia. Tre giornate di lavoro per condividere conoscenze, approfondire le difficoltà incontrate nei percorsi di trattamento e individuare strumenti comuni per migliorare la qualità degli interventi.

A Camaldoli, esperienze diverse diventano una risorsa comune
Il titolo scelto per il X Residenziale, Prendersi cura del cambiamento, racconta bene la complessità del lavoro svolto dai CUAV. Accompagnare un uomo verso il riconoscimento delle proprie responsabilità richiede infatti competenze specifiche, ma anche la capacità di affrontare resistenze, negazioni e difficoltà che possono emergere durante il percorso.
A Camaldoli, il confronto è partito proprio dall’esperienza quotidiana dei centri. Dieci workshop, tutti condotti da operatori e operatrici della rete RELIVE, hanno permesso di condividere strumenti già sperimentati nei diversi territori e di lavorare insieme alla definizione di metodi e criteri comuni.
Tra gli argomenti affrontati, l’utilizzo del genogramma nei gruppi di trattamento, il lavoro sulla negazione della violenza e l’esperienza di un servizio bilingue in un territorio plurilingue. Altri incontri sono stati dedicati alla costruzione di una prima traccia di linee guida nazionali per il Contatto Partner e all’individuazione di criteri condivisi per le relazioni richieste dagli Uffici di Esecuzione Penale Esterna.
Alessandra Pauncz, presidente di RELIVE, sottolinea il valore di riunire professionisti che, pur condividendo gli stessi obiettivi, lavorano in condizioni molto differenti:
«Metterle nella stessa stanza per tre giorni significa trasformare queste differenze in una risorsa».
Il riferimento è alle 29 realtà presenti a Camaldoli, diverse per dimensioni, risorse e contesto territoriale. L’incontro ha dato loro la possibilità di mettere a disposizione degli altri ciò che hanno imparato sul campo, confrontarsi sulle difficoltà e cercare insieme risposte a problemi comuni.
Un’occasione preziosa soprattutto per chi lavora in équipe ristrette e non sempre ha la possibilità di confrontarsi con colleghi che affrontano situazioni analoghe.

Responsabilità, sicurezza delle donne e qualità degli interventi
La formazione ha approfondito alcuni degli aspetti più delicati del lavoro con gli uomini autori di violenza: riconoscere i comportamenti violenti, affrontare i tentativi di minimizzarli o negarli e sostenere la motivazione al cambiamento.
Sono questioni che richiedono particolare attenzione, perché il percorso di responsabilizzazione non può limitarsi alla partecipazione a un programma, ma deve confrontarsi con gli atteggiamenti e i comportamenti dell’uomo, mantenendo sempre al centro la tutela delle persone che hanno subito violenza.
Accanto ai workshop, il programma ha previsto il contributo di esperti ed esperte anche di livello internazionale, la cui partecipazione è stata resa possibile dal sostegno di Fondazione Marcegaglia. Un’opportunità di approfondimento che i singoli centri avrebbero avuto maggiori difficoltà a organizzare autonomamente.
Tra i temi affrontati anche la sicurezza delle donne, attraverso procedure condivise per il Contatto Partner e la pianificazione della sicurezza, la valutazione dell’efficacia dei percorsi e la qualità organizzativa dei servizi.
Per Alessandra Pauncz, la possibilità di formarsi insieme ha un valore che va oltre il singolo incontro:
«La formazione comune serve a garantire che l’intervento abbia una qualità comparabile indipendentemente dal territorio».
Condividere principi e strumenti significa infatti lavorare affinché la qualità degli interventi non dipenda esclusivamente dalle risorse o dalle esperienze del singolo centro. Significa anche favorire un dialogo più efficace tra CUAV, Centri Antiviolenza, servizi sociali e sistema giudiziario, fondamentale per costruire risposte coordinate.
Prendersi cura anche di chi lavora con la violenza
Il Residenziale ha dedicato un’attenzione particolare a un aspetto che rischia di rimanere in secondo piano: il carico emotivo affrontato quotidianamente dagli operatori e dalle operatrici.
Lavorare con uomini che hanno agito violenza significa confrontarsi con racconti, atteggiamenti e resistenze che possono mettere alla prova anche i professionisti più preparati. Riconoscere queste difficoltà, parlarne e imparare a gestirle è parte integrante della qualità del lavoro.
Non a caso, il programma di Camaldoli ha riservato un’intera mattinata conclusiva alla gestione dello stress e alla cura di sé.
A raccontare il valore di questo spazio è Silvia Paris, operatrice del CUAV Daimon, attivo a Modena e Bologna, che ha partecipato per la prima volta al Residenziale.
Nel suo lavoro, spiega, una delle difficoltà più frequenti emerge già nei primi colloqui, quando gli uomini tendono a minimizzare o negare i comportamenti violenti. In queste situazioni è importante evitare modalità giudicanti che potrebbero compromettere il percorso di trattamento, senza perdere di vista la responsabilità dell’autore.
Gli approfondimenti proposti durante le giornate di formazione le hanno offerto nuovi strumenti per affrontare questi momenti e l’occasione di riflettere insieme ai colleghi su come migliorare il proprio intervento.
Ma il confronto è stato importante anche sul piano umano. Silvia racconta che, pur essendo il loro un centro relativamente giovane, il gruppo ha già attraversato momenti di difficoltà legati alla particolare natura del lavoro svolto.
«Ritengo fondamentale che questi aspetti vengano alla luce e che sia la professionalità sia l’umanità e l’emotività di tutti noi abbiano, in questi residenziali, uno spazio paritario di ascolto e di risposta».
La sua testimonianza restituisce un aspetto essenziale della formazione: non soltanto acquisire nuovi strumenti, ma poter riconoscere e condividere le difficoltà di un lavoro che richiede attenzione e responsabilità costanti.
Al termine dell’esperienza, Silvia descrive così il ritorno al proprio centro:
«È stato il nostro primo residenziale, ma siamo tornati arricchiti e motivati come difficilmente avremmo immaginato, sia per l’altissimo livello e la concretezza degli interventi, sia per il confronto, sempre fondamentale, con gli altri centri».

Una rete che continua a crescere attraverso il confronto
Nata nel 2014 dall’iniziativa di nove associazioni italiane, RELIVE ha costruito negli anni una rete nazionale impegnata nei percorsi di responsabilizzazione degli uomini autori di violenza. Il confronto tra i centri è diventato una parte fondamentale di questo lavoro, permettendo di condividere esperienze, affrontare le evoluzioni normative e metodologiche e migliorare la qualità degli interventi.
Anche durante il Residenziale di Camaldoli sono stati approfonditi temi importanti per il futuro della rete, dalla valutazione dei percorsi alle nuove indicazioni normative, fino al coinvolgimento delle generazioni più giovani nei ruoli di responsabilità. Attraverso il collegamento con la rete europea WWP EN, è stato inoltre presentato Impact, uno strumento per valutare l’efficacia degli interventi.
Le tre giornate hanno offerto ai partecipanti strumenti, conoscenze e occasioni di confronto da riportare nel lavoro quotidiano dei centri. È attraverso questa continuità, e la capacità di imparare dalle esperienze degli altri, che RELIVE contribuisce a migliorare gli interventi rivolti agli uomini autori di violenza, mantenendo al centro la sicurezza delle donne.
Un impegno condiviso contro la violenza di genere
L’esperienza di RELIVE è una delle iniziative attraverso cui Fondazione Marcegaglia contribuisce al contrasto della violenza di genere. Un impegno che abbraccia progetti diversi, dedicati alla prevenzione, alla formazione e alla creazione di opportunità concrete per le persone.
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Anche le aziende possono contribuire a dare continuità a queste iniziative, affiancando la Fondazione nella realizzazione di progetti di formazione, inclusione e autonomia.
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