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Il Counselling, uno strumento prezioso per chi accoglie le donne in difficoltà

Intervista a Manuela Baiocchetti, counsellor e formatrice nei Centri Antiviolenza

Abbiamo incontrato Manuela Baiocchetti, Counsellor da più di 7 anni al fianco di Fondazione Marcegaglia. Insieme a lei è nato un progetto innovativo di sviluppo delle competenze delle operatrici e volontarie dei Centri Antiviolenza per rendere il loro intervento a favore delle donne in difficoltà ancora più efficace.

Beatrice Villa di Fondazione Marcegaglia: Ciao Manuela, raccontaci chi sei e soprattutto siamo curiosi di sapere cos’è un Counsellor?

Manuela Baiocchetti: Domandone cui rispondere in poche battute… La prima cosa che mi viene da dire di me è che amo entrare in contatto con le persone, entrare nei loro mondi, che ogni volta mi incantano e mi stupiscono, perché in quel rispecchiamento vedo aspetti diversi di me, per analogia o per contrasto. E non potrei fare un lavoro più entusiasmante: un Counsellor, infatti, è un esperto di comunicazione e di relazione che grazie alle sue competenze, alla sua consapevolezza ed empatia, aiuta le persone, o i gruppi, in momenti di vulnerabilità o semplicemente in crescita, a mettere a fuoco le proprie risorse, ad acquisirne di nuove e ad attingere al proprio potenziale per direzionare la propria vita, o la propria mission, in modo più pieno e soddisfacente.

B.V.: Raccontaci brevemente come è nata l’idea del progetto di formazione nei Centri Antiviolenza

M.B.: L’occasione concreta è stata l’incontro con Marzia Bianchi, presidente del CAV Mantova e Carolina Marcegaglia, presidente dell’omonima fondazione. Me le presentò una comune amica nell’autunno 2013 al termine di un convegno ed è scattata subito una scintilla che si è concretizzata nella progettazione di un percorso formativo. A Marzia era chiaro che il CAV, con la sua passione e il suo riconosciuto radicamento nel territorio da oltre trent’anni, per crescere aveva bisogno di darsi una struttura organizzativa più solida e anche di competenze professionali di relazione d’aiuto; io, counsellor, formatrice e supervisore Aspic, prima scuola in Italia di counselling, riconosciuta per la sua autorevolezza scientifica e tecnica, ero la persona giusta per supportarle, ma solo il sostegno concreto della Fondazione Marcegaglia ha permesso la realizzazione del progetto.

B.V.: Da quel primo “esperimento”, questo progetto di formazione è cresciuto negli anni, vero?

M.B.: Dal primo incontro dell’autunno 2013 al CAV, e negli anni a seguire, abbiamo lavorato sul team building e sull’identità del gruppo, ma anche sulle abilità di counselling, come rinforzo delle competenze delle volontarie. Il successo è stato tale che da quell’esperienza, cresciuta e implementata negli anni, si è formalizzato un modello di intervento esportabile. Nell’autunno 2017 la Fondazione Marcegaglia ha così deciso di lanciare un bando nazionale “Con le donne” i cui vincitori avrebbero beneficiato di 60 ore di formazione tailor made, all’interno dell’offerta formativa proposta. Il vincitore del bando, per ricchezza di esperienza e puntualità della proposta, è stato il Cif Carrara e… il resto è la nostra storia.

B.V.: Ascoltare e accogliere le donne vittima di violenza non è un lavoro facile, concretamente come aiuti le volontarie e le operatrici a non farsi sopraffare dalle situazioni con cui vengono in contatto e ad essere efficaci nella risposta alle donne maltrattate?

M.B.: Concretamente lavoriamo a due livelli: da un lato le aiuto ad acquisire (o a potenziare, nel caso le posseggano già) le competenze di base del counselling, cioè ascolto efficace, comunicazione, gestione del colloquio, sviluppo dell’empatia… Dall’altro lavoriamo a imparare a gestire il confine tra sé e l’altro, cosa che serve nella vita oltre che nella relazione con le donne vittime di violenza!, a riconoscere e a gestire le proprie emozioni, ad acquisire strategie e tecniche di empowerment, il tutto supportato da supervisione continua, individuale e di gruppo, sia in presenza che con simulazione di casi.

B.V.: C’è un episodio dei tuoi tanti incontri con le volontarie che porti nel cuore?

M.B.: Ce ne sono molti, ma di certo l’emozione più forte è stata rivedersi in presenza dopo il lockdown, sia a Mantova che a Carrara e, in entrambi i casi, c’è stata una tale partecipazione e un clima così caloroso che mi ha fatto sentire la forza di questo modello nel creare coesione, appartenenza e senso di contributo.

B.V.: Infine, quali sono gli obiettivi e le prospettive future di questo progetto?

M.B.: Sicuramente continueremo a lavorare nella direzione di supportare la rete e di condividere le competenze. In particolare stiamo pensando di aprire la formazione on line pensata per il Cif Carrara durante il periodo di lockdown anche ad altre realtà nazionali, rimodulando obiettivi e bisogni condivisi. Inoltre, e questa per ora è la cosa che ci elettrizza maggiormente essendo una novità assoluta, pensiamo a un gruppo di studio in cui le operatrici del Cif Carrara e gli operatori del Pur Carrara (Progetto Uomini Responsabili), che già cooperano tra loro, mettano a punto un progetto per educare alla consapevolezza emotiva, unica via per prevenire azioni violente e dinamiche vittima-carnefice. Infine, a Mantova sono arrivati nuovi volontari e quindi procederemo a una formazione in ingresso fatta tra pari con la mia integrazione, e proseguiremo quindi con la supervisione e con la messa a punto di progetti di prevenzione e di collegamento in rete.